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Il tema del viaggio nel tempo è vecchio quanto la fantascienza stessa, e sono innumerevoli le opere letterarie, cinematografiche e televisive che hanno esplorato l’idea del protagonista che si ritrova in un’epoca precedente, alle prese con le diversità tecnologiche e culturali e gli inevitabili paradossi.

Sintetizzando al massimo, esistono due diverse direttrici, che fanno capo a due diverse ipotesi: il futuro può essere cambiato, modificando determinati eventi del passato? Oppure il futuro è già scritto, e l’intervento del viaggiatore nel tempo non può impedire che le cose vadano in un certo modo (“fixed point in time”, direbbe il Dottore)?

L’argomento è stato affrontato anche dal grande Stephen King nel suo fortunato romanzo “11/22/63”.

La storia narra di un giovane professore di inglese che, sfruttando una sorta di varco temporale, torna indietro all’inizio degli anni ’60 per cercare di impedire l’assassinio del presidente Kennedy (il titolo si riferisce proprio alla data dell’attentato), nella speranza che tale gesto salvi le migliaia di persone destinate a morire nella Guerra del Vietnam, autentico incubo della memoria collettiva americana.

Il lavoro di King è anche il soggetto di questa nuove mini-serie targata Hulu, scritta da Bridget Carpenter e prodotta, tra gli altri, dallo stesso King e da Jar Jar… pardon, J. J. Abrams.

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Nel cast, oltre al sorriso smagliante di James Franco (la cui prova attoriale, battute a parte, è sorprendente per intensità), troviamo la splendida Sarah Gadon, un invecchiatissimo Chris Cooper (che alcuni ricorderanno nei panni del colonnello omofobo di American Beauty) e Daniel Webber, estremamente credibile nell’interpretare il frustrato e alienato Lee Harvey Oswald.

Come nel libro, la trama descrive la scoperta da parte di Jake (Franco), insegnante di inglese appassionato ma dalla vita personale e affettiva avara di soddisfazioni, di un misterioso varco spazio-temporale situato nel retro della tavola calda dell’amico Al (Cooper).

Il varco presenta due caratteristiche fondamentali. La prima è che non è possibile scegliere l’epoca di arrivo, ma si finisce sempre nel 1960, e al ritorno nel presente, sono trascorsi solamente due minuti.

La seconda, che ne deriva direttamente, è che ogni nuovo viaggio annulla gli effetti di quello precedente.

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All’insaputa tutti, Al ha vissuto per anni nel passato con l’obiettivo di salvare la vita di Kennedy, senza successo: gravemente malato di cancro ai polmoni, prima di morire affida il compito a Jake.

Non sono ammessi sbagli: data la struttura del varco, una volta compiuta la propria missione, il protagonista non potrà più ritornare nel passato, o vedrà vanificati i propri sforzi.

Dovendo attendere tre anni prima del fatidico giorno, il protagonista ha tutto il tempo di familiarizzare con il nuovo contesto storico, piazzare qualche scommessa dal risultato già noto per sbarcare il lunario, e fatalmente, innamorarsi della dolce e volitiva bibliotecaria Sadie, situazione che pare proprio il destino di ogni time-traveller che si rispetti (vero, Doc?).

Soprattutto, ha tempo di indagare sulla figura di Oswald, per capire se abbia agito da solo o sia stato una semplice pedina in un gioco molto più grande di lui.

Ciò che Jake imparerà a sue spese, però, è che il passato non è uno scenario inerte, ma è dotato di una propria capacità di reazione, che potremmo definire un meccanismo di omeostasi: maggiori sono i cambiamenti che si cerca di provocare, maggiore sarà la resistenza dell’ambiente, di qualsiasi tipo: da un’improvvisa intossicazione alimentare ad autentiche minacce letali.

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Data la durata breve della serie – appena 8 episodi – la narrazione procede a tappe forzate; un po’ come nella scorsa stagione di True Detective, il ritmo fin troppo compassato della sezione centrale accelera all’improvviso negli episodi finali, accorciando e dando per scontate parti che nell’opera originale avevano maggior respiro.

Chi ha già letto il libro forse storcerà il naso per alcune modifiche non necessarie alla trama: specialmente il personaggio di Bill, che per gran parte della serie affianca il protagonista, ha un impatto a conti fatti irrilevante, e poteva tranquillamente non essere inserito.

Nel complesso, 11.22.63 risulta comunque un adattamento piuttosto fedele e completo, forse con un’eccessiva enfasi per il registro romantico a scapito di quello investigativo e d’azione.

Considerata la natura a dir poco misteriosa della morte di Kennedy, la sceneggiatura esplora le numerose ipotesi e suggestioni sorte nei decenni, come il coinvolgimento della CIA e il possibile ruolo dell’URSS, dovuto al soggiorno in terra sovietica di Oswald.

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Impeccabile la ricostruzione storica e iconografica degli anni ’60, dalle automobili alle acconciature. Gli autori, così come King, hanno il merito di non indulgere in facili sentimentalismi da “bei tempi andati”: anzi, non mancano i riferimenti fortemente critici alla condizione della donna e al razzismo dominante.

Gli sguardi tra lo stupore e l’indignazione che raccoglie Jake nel momento in cui offre un semplice caffè all’inserviente nera della scuola non mancheranno di impressionare lo spettatore.

Pur con qualche difetto, dunque, 11.22.63 si rivela una mini-serie ben realizzata, coinvolgente, con momenti di suspence decisamente drammatici e altri che non potranno non commuovervi; in particolare, se siete fan di Doctor Who e ricordate con dolore la rigenerazione del Decimo Dottore, tirate fuori i fazzoletti, perchè qualche lacrimuccia vi scenderà.

Viaggiare nel tempo non è per cuori sensibili.

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