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Giunti al termine della “Fase Due”, si può dire senza ombra di dubbio che Dylan Dog è tornato a far parlare di sé, uscendo da quell’anonimato che lo caratterizzava ormai da troppi anni.
Questo grazie anche all’uso sapiente (nel bene e nel male) che Roberto Recchioni fa dei social network.

Le innumerevoli modifiche alla continuity e alla testata stessa hanno contribuito a cambiare volto alla creatura di Tiziano Sclavi.
È un volto diverso, difficile da accettare.
Un volto che ha diviso i lettori in due schieramenti diversi, opposti: c’è chi questo volto l’ha accettato fin da subito e chi, come me, non è ancora soddisfatto del risultato.

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Non mi stancherò mai di riconoscere un grande merito alla “Nuova Gestione”: la scelta e la valorizzazione costante dei grandi artisti della squadra Bonelli che plasmano e rendono vivo e variegato l’universo dell’Indagatore dell’Incubo.
Mancano, a mio avviso, le Storie ad animare e a dar voce alle tavole eccezionali che ci vengono proposte ogni mese.

Da “Spazio Profondo” ad oggi, le vicende raccontate mi sembrano tutte manchevoli di qualcosa, come se un freno trattenesse gli autori.
Molti di quelli che hanno accompagnato la mia adolescenza e sono stati dei punti di riferimento ora mi sono pressoché sconosciuti.
È il caso di Paola Barbato, mente sublime che ci ha regalato storie come “Medusa“, “Il Mondo perfetto“, “Requiem per un mostro“, “Phobia“, “La Scelta” e l’incredibile e commovente “Il Cimitero dei Freaks“.

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Tutte queste storie trattano temi, sfumature e protagonisti diversi tra loro eppure hanno avuto tutte il merito di regalarmi emozioni fortissime e riflessioni profonde.
Chiamo in causa “Il cimitero dei Freaks“, pubblicato nel Febbraio del 2007 in occasione del numero 245 della testata: Dylan Dog viene contattato da Quasimodo, il Custode del cimitero dei Freaks, luogo dove vengono sepolti tutti gli individui colpevoli di essere nati con terribili deformità o di aver subito altrettante orribili menomazioni.

In 98 pagine di albo vengono distrutti molti degli stereotipi sui freaks,viene analizzato il tema dell’amore sotto l’aspetto dell’unicità, della dedizione all’amato, viene considerato l’amore familiare ma soprattutto parentale e l’amore platonico. La storia presenta moltissimi elementi di mistero e alcuni colpi di scena notevoli, dialoghi eccezionali, riferimenti a pellicole quali Freaks e Elephant Man, il tutto portato alla vita dagli incredibili disegni di Nicola Mari.

…E cenere ritornerai” è stato un caso particolare.
Il dibattito nato tra i fan di Dylan Dog è stato vivace e ha visto, ancora una volta, noi lettori divisi in due fazioni opposte e nettamente inconciliabili, quasi avessimo letto due storie completamente diverse: per molti quest’albo ha rappresentato una svolta, per altri (me compresa) si è rivelato una cocente delusione.

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Per quanto mi riguarda, non presenta nessuna delle qualità e lo spessore de “Il cimitero dei Freaks“. Non è la prima volta che su Dylan Dog troviamo una storia “allucinata”, ricordiamo “Dopo Mezzanotte” di Scalvi e Casertano o “Storia di Nessuno” di Sclavi e Stano.

Le prime 32 pagine dell’albo sono notevoli, sondano un lato malato e paranoico della personalità di Dylan Dog: i dialoghi tra lui e Groucho sono ricchi di riflessioni e di domande che piú di una volta il lettore si è posto (Chi è Groucho in realtà? Come si chiama?).

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I giorni in cui Dylan si barrica in casa sono descritti, ma soprattutto rappresentati, in maniera magistrale: un uomo che non si chiude solamente in se stesso, ma fisicamente si isola dal mondo.
Solo, in compagnia di tutto ciò che ha contribuito a renderlo ciò che è.
Poi il fuoco.

Il risveglio e la realtà che cambia: bloccato in un letto di ospedale, Dylan si ritrova a confrontarsi con gli affetti di sempre che, però, hanno facce diverse.
Il confine tra Follia e Lucidità si fa sempre piú labile.

I continui e repentini cambi di realtà mi hanno destabilizzata e per quanto abbia trovato interessante la storia di Frannie, tutta la vicenda in sé mi è sembrata caotica, come osservare una pallina impazzita rimbalzare per la stanza.

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Seguire il filo della storia è stato difficilissimo e alla fine, quando l’ordine è stato finalmente ristabilito, la spiegazione fornita mi ha lasciato piú interrogativi di prima.
La pagina finale, collegata al principio della storia, presenta la stessa atmosfera di complottismo che avrei voluto vedere sviluppata durante tutto l’albo.
Ho chiuso “… E cenere tornerai” con un sospiro, non sapendo bene come sentirmi e anche dopo una terza e una quarta rilettura la situazione non è cambiata.

Non c’è dubbio, Dylan Dog ha cambiato faccia.
Ma una domanda mi sorge spontanea: è ancora Dylan?

[Leggi le nostre recensioni di Dylan Dog, qui]

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