UT non è un fumetto per tutti.

Se non si fosse capito già dal primo numero, la seconda uscita ha rimarcato prepotentemente il concetto.

Paola Barbato e Corrado Roi hanno confezionato un fumetto severo, che costringe il lettore a fermarsi.
A fermare il corpo, i pensieri e le emozioni.

Prima di scrivere questa recensione ho dovuto leggere il volume due volte e lasciarlo decantare per un po’ di tempo, ma dentro di me ho la sensazione che se lo avessi riletto una terza volta questa recensione sarebbe stata diversa.
Così se le volte fossero state 5 e il periodo di decantazione più breve.

Insomma, ci siamo capiti: UT non è un fumetto per tutti perché è cangiante.

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Il lettore deve studiarlo, lavorarci sopra, smontarlo e capovolgerlo.
O forse è lui quello che deve capovolgersi.

Quello che voglio dire è che UT non te lo puoi portare in autobus, né lo puoi leggere in pausa pranzo.
Ut non è un fumetto immediato.

Come ho detto prima, ti costringe a stare fermo: deve essere letto con gli occhi, con il cuore ma soprattutto con la testa.

Agisce su due piani: quello narrativo e quello simbolico, entrambi sono legati a doppio filo, non si possono separare.

Per me è difficile poter parlare de “Le vie dei mestieri” e farne una recensione senza rivelare ogni singolo dettaglio della trama.
Una cosa però la posso dire: in queste 98 pagine, il mio amore (già infinito) per UT, il personaggio, è aumentato a dismisura.
Questo grazie agli autori, che mi hanno permesso di conoscerlo un po’ di più.

I disegni di Corrado Roi sono un mondo a se stante, dove gli occhi di UT e quelli delle donne parlano e raccontano la propria versione della scuola. Come un coro greco, in ogni tavola, i loro sguardi parlano, hanno una voce propria.

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Anche i muri raccontano una loro storia.
Come nel primo numero, anche ne “le vie dei Mestieri”, ho trovato una scritta e spero di trovarne anche nei numeri successivi.
Quasi fosse una caccia al tesoro.
Voi le avete trovate?

La galleria di personaggi si fa sempre più fitta e affascinante; ogni elemento è come un pezzo della scacchiera: ha il suo ruolo, la sua potenzialità e il suo scopo all’interno della storia.

Per leggere UT bisogna avere lo stesso atteggiamento dei bambini davanti a una fiaba: i bimbi ascoltano e quando si immergono nell’atmosfera di una storia non si interrogano più di tanto sui “come“.
Si concentrano soprattutto sui “Perché“.

Mi rendo conto che questo non sia fattibile per tutti:  molte persone hanno bisogno di risposte, di avere punti di riferimento, delle indicazioni per orientarsi nello spazio, anche quello letterario.
Forse è questo il punto più difficile della testata: alla fine della lettura ti senti confuso, hai più dubbi di prima ma non riesci a smettere di leggere perché ne vuoi sapere di più.

Se dovessi descrivere UT, al suo secondo numero, direi che rimane il progetto più criptico e oscuro stampato nella storia della Sergio Bonelli Editore.  Con tutti i pro e i contro che ne derivano, ovviamente.

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