A me i personaggi Disney sono sempre stati sulle balle: dal primo all’ultimo: topi, cani, gatti o paperi che fossero.

Topolino.
Minnie.
Paperina.
Gastone, che odio.

No, dai, avevo anche i miei preferiti:
Paperone perché è avido.
Paperoga perché lo ritenevo un cretino.
E Paperino.

Paperino è lo specchio dell’anima.
Incazzato, sfigato, povero, frustrato, arrivista, sottomesso, banale e mediocre.
Un outsider nel limitato e zuccheroso mondo disneyano.

Da bambina Paperino mi faceva una gran tristezza.
E con “tristezza” intendo che mi faceva un po’ paura, soprattutto la sua povertà.
Avevo paura fosse contagiosa, in un modo o nell’altro.

 

Avevo maturato una sorta di paura della “Sindrome di Paperino“, ovvero quando ti svegli una mattina e realizzi che in fondo non sei nessuno.
Che nella vita non hai fatto un cazzo e che potrebbe essere troppo tardi per combinare quel benedetto “qualcosa” che la società ti urla di fare mentre ti ammanetta il Pensiero.

Ecco, la Sindrome di Paperino l’ho ritrovata in “Paperi” di Marco e Giulio Rincione e mi ha fatto ribrezzo.
Con “Ribrezzo” intendo qualcosa di molto profondo, quasi viscerale.

Paperi

Guardando paperPaolo ho provato lo stesso schifo di quando guardavo Paperino, portato a un livello superiore.
Praticamente insostenibile.

Con la Disney  sempre stato facile prendere le distanze, il mondo di quei personaggi era completamente diverso dal mio.

Saranno anche animali antropomorfi ma in quale società civile uno va in giro senza mutande?

Ecco.
I Paperi dei Rincione le hanno.
Non c’è scampo, capito?
La paura della mediocrità, del sudiciume della routine è finalmente incarnata in maniera spietata in una delle pietre miliari della mia infanzia.

 

Paperi

La scrittura e i disegni di “Paperi” sono una trappola per orsi senza pietà.

Ti stringono in una morsa incatenante e ti penetrano nello’anima senza che tu possa fare nulla.

I dettagli dei disegni di Giulio Rincione mi hanno affascinata:

PaperPaolo ha gli occhi umani.

Di un’umanità alienata, psicotica e sfinita.
Completamente folle.

Le parole di Marco Rincione sono lame.
L’autore ci chiude nella mente del protagonista come se fossimo bambini chiusi per punizione in un ripostiglio.
Da soli, al buio e preda dei nostri pensieri.

Paperi

 

Un buon lavoro è quello che riesce a farti provare emozioni che non avresti voluto sentire,
che ti fa nascere dubbi, che mescola le carte in tavola, che ti lascia con un paio di domande scomode sul fondo dell’anima.
E lo fa senza chiederti il permesso, mai.

Paperi è carta vetrata, un viaggio nei bassifondi del sentire Animale.
Sia esso un Anatidae o un Homo sapiens sapiens.

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