Ho cominciato a leggere Dylan Dog nel 2004 e sono stata una sua fedele lettrice fino a qualche anno fa: da un po’ di tempo a questa parte le storie si trascinano a fatica, niente a che vedere con capolavori del calibro di “Memorie dall’invisibile”, “Morgana”, “Johnny Freak”, “Phoenix”, “Safarà” e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Diciamoci la verità, Dylan Dog è un tipo abitudinario: sempre il solito giro di amici (e nemici), la stessa divisa, la stessa voglia di non impegnarsi, le stesse manie, le stesse esclamazioni, perfino i mostri hanno cominciato ad essere sempre gli stessi.
Ma è questo che mi è sempre piaciuto di lui, il fatto che fosse sempre una certezza. È per questo, forse, che l’avvento di questa nuova fase mi ha divisa a metà: da un lato la voglia di veder rinascere la testata, dall’altro la paura di uno stravolgimento.

Una volta comprato, sfogliato (con dita tremanti) e letto “Spazio Profondo” posso dire di non aver riscontrato alcun cambiamento. La storia, scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Nicola Mari, non ha niente di straordinario, né di innovativo e non sancisce affatto l’inizio di una nuova era.
Dylan Dog, o meglio il suo clone, viene mandato in missione nello spazio per ultimare il recupero fallito della UK-Thatcher e con lui ci sono altre quattro copie modificate dell’Indagatore dell’Incubo: il cervellone, il guerrafondaio, la sensitiva e l’androide.
Vi ricorda qualcosa? A me sì.
I 5 dovranno affrontare delle entità sconosciute, identificate come “fantasmi”, che impediscono la missione di salvataggio della nave spaziale.

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Già dalla prima vignetta l’atmosfera non mi è nuova e la sensazione di “già visto” mi ha accompagnata per tutta la lettura dell’albo: la ri-nascita del protagonista, il rapporto tra originale e copia, l’insostituibilità dell’individuo e la preziosità della condizione umana sono tutte tematiche già trattate da moltissime opere di fantascienza precedenti a “Spazio Profondo”.
Gli stessi protagonisti possiamo ritrovarli, con altre fattezze, in tutti i film del filone action-horror-sci-fi: l’hacker-burattinaio che coordina la squadra operativa da dietro uno schermo, l’elemento sensitivo del gruppo che rappresenta anche la “coscienza” di quest’ultimo, il burino-palestrato (solitamente maschilista e/o razzista) che si attira le antipatie dei compagni (e spesso del lettore), l”intelligenza artificiale/androide/robot/cyborg che continua a scontrarsi con le intelligenze-umane ribadendo i limiti dell’una e dell’altra condizione ed infine l’antieroe, l’uomo comune, non prestante f né eccessivamente coraggioso, che al momento giusto sfodera le carte vincenti per sconfiggere il mostro o risolvere il problema che ostacolava la missione.

Dunque, come descrivere questo albo in una parola? Hollywoodiano. I tempi, i dialoghi, i colpi di scena e persino il finale sono della stessa pasta di quelli presenti in numerose opere di alto-medio e basso costo.
Le citazioni a La Cosa, Alien e persino a Vampiri nello spazio strizzano l’occhio alla tradizione dylaniata che ha fatto di uno dei suoi marchi di fabbrica i riferimenti alla cinematografia mondiale e che rendono felice chi come me è un lettore di vecchia data.
Il punto di forza di tutto l’albo sono i disegni di Mari, perfetti per l’atmosfera cupa e futuristica della storia e valorizzati al massimo dai colori di Lorenzo de Felici.

Ho deciso di considerare “Spazio Profondo” come un albo di riscaldamento in vista del primo grande cambiamento della testata che si verificherà il 29 ottobre con l’uscita del numero 338.
Credo moltissimo in questa nuova fase di DyD, ma se le premesse sono queste la mia speranza si affievolisce un po’.
Nel frattempo non ci resta che aspettare il mese prossimo.

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