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1973. L’America ha ormai archiviato la season of love e i fermenti hippie, il fallimento in Vietnam ha lasciato strascichi pesanti e in giro si respira un clima cupo e disilluso.

Anche il rock attraversa una fase di transizione, avendo abbandonato le note psichedeliche del decennio precedente per flirtare con le sonorità provenienti da oltreoceano (il progressive dall’Inghilterra, la Kosmische Musik dalla Germania); in lontananza, ancora in uno stadio fetale, si stagliano le prime sagome del punk, che come ha scritto lo storico rock Cesare Rizzi, “recuperava i tre famosi accordi del rock & roll e li elevava a uragano distruttore”, chiudendo un’epoca.

È in questo contesto storico e artistico che prende il via Vinyl, la nuova big sensation della HBO, che tanta attenzione mediatica ha ricevuto grazie alla presenza di Martin Scorsese e Mick Jagger.

A conti fatti, in realtà, la serie è principalmente opera di Rich Cohen e soprattutto Terence Winter, uno il cui curriculum parla da sé (creatore di Boardwalk Empire, produttore dei Soprano e sceneggiatore di The Wolf Of Wall Street, a cui Vinyl in parte si ispira per la rappresentazione visiva dell’eccesso e il tema dell’ascesa al successo e del crollo).

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Scorsese dirige invece il torrenziale pilot – ben due ore – e presumibilmente traccia il percorso da seguire per gli altri registi (in maniera analoga a quanto fatto da David Fincher per House of Cards).

A Jagger, in qualità di testimone diretto, il compito di contribuire alla rappresentazione di tutto ciò ha caratterizzato il mondo discografico degli anni ’70… e magari, di dare qualche consiglio al figlio James, presente nel cast nei panni del cantante di una band proto-punk newyorkese.

La trama ruota quasi esclusivamente intorno a Richie Finestra (ben interpretato da Bobby Cannavale), produttore discografico e self-made man dall’anima rock – e il corpo imbottito di cocaina.

La sua etichetta discografica, l’American Century, naviga in cattive acque, tra debiti e vendite insoddisfacenti; tuttavia, all’orizzonte c’è la possibilità di concludere un accordo di cessione con la major tedesca Polygram, che renderebbe milionari il protagonista e i suoi compari.

Senonchè, mentre assiste a un concerto dei New York Dolls, strafatto come al solito, Richie è coinvolto nel crollo del palazzo dove si sta svolgendo l’esibizione, uscendone miracolosamente illeso. (Per la cronaca, l’evento è accaduto realmente, sebbene non si tenesse alcun concerto in quel momento)

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Facendosi largo tra le macerie, Richie giunge alla sua personale folgorazione sulla via del Rock; tornato in ufficio manda a quel paese l’accordo con la Polygram (e la conseguente, corposa liquidazione) e detta la nuova linea dell’etichetta: via i vecchi artisti pretenziosi e fuori moda, dentro gente giovane, affamata e capace di far pulsare il sangue nelle vene.

A perseguitare Richie, oltre al lavoro, sono i rapporti tesi con la moglie Devon (l’algida Olivia Wilde), ex favorita della Factory di Andy Warhol, e le conseguenze dell’omicidio di Buck Rogers, un deejay che, annebbiato dalla droga, lo aveva aggredito, e il cui cadavere è stato scoperto dalla polizia.

Autentico punto fermo della narrazione, la parabola di Richie è in fondo la più classica delle crisi di mezza età.

Schiacciato dalle responsabilità lavorative da un lato e familiari dall’altro, attraverso la musica, l’abuso di sostanze e i comportamenti irresponsabili brama un ritorno alle sensazioni della gioventù, alla voglia di conquistare il mondo, al rock “sporco e sudato” che ti prende allo stomaco e ti fa sognare.

Una regressione, un rifiuto della maturità che rende la sua figura, nonostante il distacco temporale, dolorosamente attuale.

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Inevitabilmente, gli altri personaggi fungono da contorno: a spiccare maggiormente, oltre alla moglie di Richie, sono il suo collaboratore Zak, per il quale l’accordo saltato con la Polygram rappresenta una catastrofe economica; la giovane assistente Jamie, che spera di scalare le gerarchie della casa discografica; e il cantante blues Lester Grimes, primo cliente di Finestra, la cui voce è stata irrimediabilmente danneggiata da un pestaggio punitivo, di cui Richie si sente ancora responsabile.

Se la trama, in termini di eventi e storyline secondarie, stenta ancora a ingranare, la rappresentazione dell’ambiente musicale dell’epoca è semplicemente perfetta.

Dai metodi “poco trasparenti” per promuovere i singoli al consumo di droga pressochè ininterrotto, dalla strumentazione dello studio di registrazione alle improbabili camicie lisergiche dei protagonisti, tutto è reso in modo credibile e con estrema cura dei dettagli.

A rendere il tutto ancora più realistico sono i camei di vari artisti del periodo: dai Led Zeppelin con il loro avido manager Peter Grant, ai Velvet Underground di Lou Reed, criticato per la sua musica nichilista e dissonante (e dire che i deliri cacofonici di “Metal Machine Music” erano ancora di là da venire…); dal citato Andy Warhol ad Alice Cooper, la cui messinscena per prendersi gioco di un emissario dell’American Century che cercava di ingaggiarlo è il momento più riuscito della terza puntata.

"NO MORE MR. NICE GUY!"

“NO MORE MR. NICE GUY!”

 

Com’era ampiamente lecito attendersi, la colonna sonora (interamente disponibile su Spotify, per chi fosse interessato) è di alto livello, e spazia su tutti i generi in voga nel periodo, con ovvia predilezione per rock e blues. L’unico appunto che si può muovere è la sua onnipresenza, che talvolta sfocia nell’invadenza e pregiudica un po’ la godibilità delle scene e delle canzoni stesse.

In attesa che le vicende prendano una direzione più chiara, Vinyl si propone come un prodotto ben realizzato, interessante, tecnicamente curatissimo e fedele allo spirito dell’epoca.

Gli appassionati del rock anni Settanta hanno praticamente l’obbligo morale di vederlo, ma saprà coinvolgere chiunque sia alla ricerca di personaggi fuori dal comune, storie di altri tempi, e in generale, momenti televisivi di qualità.

Pare proprio che la HBO abbia fatto ancora centro.

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