Nel corso degli anni, Joss Whedon ha creato diverse serie memorabili, partendo dall’arcinota Buffy, passando per lo spin-off Angel e poi all’originale ma sfortunata Firefly, chiusa senza nemmeno essere arrivata al termine della prima stagione a causa dei bassi ascolti.

Stessa sorte, anche stavolta indegnamente, è toccata alla sua ultima creazione, Dollhouse, mandata in onda dalla FOX e chiusa dopo due stagioni. Ambientata nell’odierna Los Angeles, Dollhouse (letteralmente “casa di bambole”) parla di un’organizzazione in grado di effettuare il lavaggio del cervello e riprogrammare completamente una persona.

Dollhouse_castA diventare “doll” (bambole, appunto) sono individui selezionati che hanno acconsentito a lasciare che il loro cervello sia modificato per cinque anni, ognuno per i propri motivi e in cambio di un consistente vitalizio al termine di tale periodo. Sono tutte persone di bell’aspetto, dato che uno degli incarichi principali è quello di soddisfare i piaceri di clienti molto danarosi… ma le loro possibilità  non si limitano a questo, anzi, sono teoricamente infinite.

Le vicende della serie si svolgono in una di queste “case di bambole”, quella di Los Angeles, gestita da Adelle DeWitt (interpretata da Olivia Williams, che molti di voi potrebbero ricordarsi ne “Il sesto senso” come moglie di Bruce Willis) e in cui lavora il geniale e strambo Topher Brink (Fran Kranz). La struttura ospita parecchi “Attivi” (così vengono definite le bambole), ognuno affiancato per ogni missione dal proprio Guardiano, di cui si fida ciecamente. Qui gli Attivi vengono denominati con le lettere dell’alfabeto fonetico Nato. Avremo quindi Sierra (Dichen Lachman), Victor (Enver Gjokaj), November (Miracle Laurie), e soprattutto Echo, la protagonista attorno a cui ruotano le vicende, interpretata da Eliza Dushku (la “cacciatice cattiva” Faith in Buffy, nonché produttrice di questa stessa serie). Echo è affiancata dal massiccio Boyd Langton, il suo guardiano, da poco assunto nella Dollhouse. Sulle tracce di questa fantomatica organizzazione c’è l’agente dell’FBI Paul Ballard (Tahmoh Penikett, l’Helo di Battlestar Galactica), il quale, pur irriso dai suoi colleghi, cerca di fare di tutto per dimostrarne l’esistenza. Troveremo anche diverse “guest star” come Amy Acker, Felicia Day, Summer Glau, Alexis Denisof, Alan Tudyk (che avevano già  lavorato con Whedon) o attori come Jamie Bamber e Michael Hogan, anch’essi da Galactica.

Nel corso delle puntate, Echo si ritroverà  ad assumere ruoli diversi (e qui è doveroso un plauso alla versatilità  della Dushku), dalla “ragazza perfetta” a una profiler, dalla guardia del corpo sotto mentite spoglie alla ladra. Ma Echo è speciale, e col passare del tempo inizierà  a differenziarsi dagli altri “Attivi”, che tra una missione e l’altra si trovano in una condizione cerebrale simile a bambini.
dollhouseNaturalmente, quando si tratta di armeggiare con quella macchina sconosciuta e meravigliosa che è il cervello, possono nascere numerosi problemi, di natura tecnica, ma anche e soprattutto etici. Ed è qui, assieme ai personaggi tridimensionali a cui Whedon ci ha abituato, uno dei punti di forza della serie: dilemmi morali grandi e piccoli, questioni come amore e fiducia, tematiche interiori come la ricerca dell’io e globali come il potere e l’immortalità. Tutti questi argomenti scatenano reazioni diverse e contrastanti, e preparano il campo a colpi di scena sensazionali.
A questo proposito, è importante notare come la prima stagione si concluda con un episodio (Epitaph One) ambientato dieci anni dopo le vicende della serie, mai mandato in onda per disguidi con la FOX e disponibile solo per la versione in DVD. Il tredicesimo episodio della seconda stagione, Epitaph Two, ne è una prosecuzione e riannoda tutti i fili, concludendo definitivamente le vicende di tutti i vari personaggi.
E, come in altre serie precedenti (soprattutto in Buffy), Whedon fa parlare uno dei suoi personaggi, Topher Brink, con un linguaggio particolarissimo, ricco di espressioni colorite, citazioni e riferimenti di ogni genere.

L’annunciata chiusura della serie, per quanto abbia impedito di approfondire con più calma e dovizia di particolari i temi trattati, stavolta non ha colto Whedon impreparato (a differenza di Firefly): ha quindi potuto condensare parecchi degli eventi chiave nell’ultima parte della seconda stagione, rendendola un susseguirsi di colpi di scena, episodio dopo episodio, da cui risulta difficile staccarsi.

Insomma, se avete ancora dubbi se vedere questa serie spettacolare, gustatevi questo trailer promozionale (in inglese):

httpv://www.youtube.com/watch?v=yDcEKo4V7fA

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