Di Claudio Vergnani prolifico scrittore e giornalista modenese e del suo ultimo romanzo – I vivi, i morti e gli altri – hai avuto modo di parlarne a queste coordinate. E a quelle coordinate abbiamo parlato anche di quanto io (fintamente) odi Claudio e di quanto gli invidi quella sua capacità, tutta trasversale, di proporre eroi esaltandoli per le loro miserie umane piuttosto che per qualche rappresentazione archetipica di rare e nobili qualità.
Considerato da molti il Bukowski dell’horror, o anche il Lansdale di noiartri, con un claim come questo nello zaino (rigorosamente militare) non potevi limitarti a parlare solo dei suoi (magnifici) libri e a tempestarlo di messaggi in cui continui a proporti, chessò, di portargli la cartella e dividere la merenda con lui per tutta la vita. Nossignore! C’era bisogno di qualcosa di più, c’era bisogno di far capire chi è e cosa muove Claudio Vergnani, così sei andato a intervistarlo.

Thomas Baudone: Eccoci con Claudio Vergnani, svogliato studente di Liceo Classico, ancora più svogliato studente di Giurisprudenza. Preferisci passare le giornate giocando a scacchi e tirando di boxe. Sei stato allontanato dai Vigili del Fuoco, dopo una burrascosa parentesi militare ai tempi della guerra in Libano, sbarchi il lunario passando da un mestiere all’altro, portandosi dietro una radicata avversione per il lavoro. Soprattutto sei sempre in fuga da obblighi e scocciature. Questa potrebbe essere anche la mia biografia, allora ti chiedo: come diavolo fai a scrivere così maledettamente bene, mentre io non posso nemmeno considerarmi degno di spicciarti casa?

vergnaniClaudio Vergnani: Davanti a tali apprezzamenti bisogna stare attenti a rispondere, perché si rischia o di apparire arroganti, oppure, al contrario, fintamente modesti. Ambedue le opzioni sono scarsamente attraenti.
Dunque, ammesso che io scriva bene, non vi è alla base né un talento particolare, e nemmeno un qualsivoglia merito. Semplicemente, mi è venuto naturale, dopo anni di letture, di film e di meditazioni – solo o in compagnia – sulle une o sugli altri, provare ad aggiungere anche il mio personale mattoncino a quella che è forse l’attività umana più peculiare, il cui inizio risale ai tempi in cui gli esseri umani incidevano le pareti delle grotte. Mi riferisco al comunicare, da un lato, e all’immaginare dall’altro. Il mio stile prevede, come tu stesso hai scritto, di entrare all’interno di un genere, rispettandone le strutture narrative classiche, per poi andare oltre introducendo altri elementi tra cui spicca il mio “marchio di fabbrica”: un misto di azione, riflessioni, ironia, violenza (ma quella autentica, come la intendeva Scerbanenco, non quella che prevede che il protagonista, con una pallottola in un braccio o un braccio rotto sia ancora capace di sgominare i suoi nemici) paura, sentimenti (anche qui, sentimenti reali, quelli che tutti noi proviamo, al di fuori delle pagine di un libro, nella vita reale). Mi piace descrivere la paura che soffia nelle orecchie dei protagonisti di turno costringendoli a scendere a patti con loro stessi, nel momento preciso in cui sono al bivio tra la vigliaccheria e il coraggio, il martirio o un avvilente tentativo di mollare ogni cosa. Parlo anche d’amore – di sicuro non alla Fabio Volo – risparmiando sermoni ai miei lettori e proprio per questo intendendomi con loro. E’ l’amore che è – umanissimo – non quello che dovrebbe essere a Fantastilandia.
Molti mi hanno detto che quando un mio romanzo finisce si ha l’impressione di aver perduto degli amici, il che è uno dei complimenti più grandi che si possano fare a chi ha scritto una storia. E anche la prova che alcuni obbiettivi sono stati raggiunti.
In quanto al resto, credo fermamente che tanti scrivano come me – diversamente magari – ma non peggio. Io ho avuto la fortuna di poter propormi ad un pubblico vasto. Ho avuto fortuna, sì, e ho cercato, e cerco anche adesso, di meritarla, quella fortuna, scrivendo meglio che posso, e continuando a cercare di andare oltre gli schemi di genere, dimostrando che si può essere profondi anche scrivendo di horror.

Gargoyle-logoTB.: Entrando subito nel merito delle tue opere: hai pubblicato il tuo primo romanzo, Il 18° Vampiro, relativamente tardi. Non era sicuro divenisse poi una trilogia, ma tant’è, è successo. Eppure leggendo l’intera storia non si ha l’impressione di essere davanti all’opera prima di uno scrittore in erba, c’è una struttura ben collaudata e consolidata, e c’è anche una certa dose di sperimentazione riscontrabile nel ribaltare le regole intrinseche della trilogia stessa. C’è la mano sapiente di un esperto, insomma: puoi raccontarci – a sommi capi s’intende – la tua genesi come romanziere?

CV.: Il momento giusto è arrivato da solo, senza forzature. Un giorno ho capito che se volevo provare a mettere su carta le mie idee, il mio stile, i miei presupposti, i miei obbiettivi e l’amore per la lettura maturato in tanti anni, ebbene, quello era il momento. L’ho fatto. Avevo una cosa ben chiara in mente: non volevo proporre a nessun costo una minestra riscaldata. Scrivere di vampiri mostruosi e di ammazzavampiri allo sbando nell’epoca di Twilight era un severo banco di prova, così come il non addormentarmi sugli schemi (graditi) del primo volume ma proporne altri due cambiando continuamente strutture narrative e soluzioni pur rimanendo fedele all’organicità della storia e dei personaggi principali. Ho rifuggito i facili lieti fini che sempre funzionano in un romanzo e ho ragionato come in genere non si ragiona in un romanzo, ma nella vita reale. Come i miei personaggi, spesso loro malgrado, hanno ben capito.

i-vivi-i-morti-e-gli-altri-vergnani-gargoyle-280x396TB.: Nella trilogia sui vampiri il mondo è stato fortemente scosso dalla scoperta che i vampiri esistono. Non brillano alla luce del sole, non “limonano duro” con la reginetta della scuola, non sono insomma entità bellissime e quasi eteree. Se non fosse per una maggiore forza fisica e per la terribile sete che li muove non sarebbero neanche tanto temibili (a parte i Maestri). Il mondo presto si abitua alla loro presenza e li comincia a considerare niente più che un ulteriore pericolo a cui prestare attenzione: si sta attenti al delinquente e si sta attenti al Vampi, così va la vita. In questo mondo dunque c’è ancora speranza, c’è ancora la voglia di un Happy Hour, di mangiare una fritturina comprata tra le calli, addirittura c’è gente che approfitta di questa situazione per creare “nuovi posti di lavoro” (e no, per una volta ad approfittarne non è un nano erotomane). Ne I vivi, i morti e gli altri invece le cose sono molto diverse: il mondo non ha smesso di andare avanti perché tanto ovunque si vada, una volta giunti ci si troverebbe solo un branco di cadaveri affamati. La speranza è l’ultima a morire, ma in un mondo dove i cadaveri tornano in vita, essere gli ultimi a morire è la sfiga più grande che ti possa capitare. Affrontare un’ambientazione del genere, con personaggi che ragionano come si farebbe nella vita reale, è stato per te un ulteriore mettersi alla prova?

CV.: In effetti, l’Apocalisse non l’abbiamo ancora vissuta (almeno in termini fisici, perché per il resto mi sa che ci siamo vicini, in fondo i segni ci sono tutti, basta saperli vedere) e quindi non avevo precedenti cui rifarmi. Ma Oprandi ed io su molti aspetti ci siamo trovati in stretta (preoccupante? Auspicabile?) sintonia, dunque non è stato così difficile. Su una cosa in particolare – e importantissima – eravamo assolutamente d’accordo: se fino ad oggi la forza e la rigidità erano un asso nella manica, in quel contesto avrebbero solo portato al disastro. La via che Oprandi percorre è quella di una ragionata debolezza e della fluidità (concetto – visto che oggi si amano tanto le metafore all’amatriciana, che appaiono profonde e sono solo luoghi comuni – che volendo si può estrapolare dal romanzo ed applicare anche alla nostra attuale condizione, anche se pochi paiono essersene accorti. Soprattutto tra chi potrebbe veramente provare a cambiare le cose. D’altro canto uno dei capitoli del romanzo si apre con la citazione di Grace Hopper : “La frase più pericolosa in assoluto è : abbiamo sempre fatto così”.

TB.: Claudio & Vergy sono una coppia esplosiva, al pari degli Hap & Leonard di Lansdale direi. Ebbene, considerando che ogni storia pur non essendo autobiografica è comunque in minima parte biografica, quanto c’è di Claudio Vergnani nella caratterizzazione dei due personaggi principali?

il_18_vampiro_1CV.: Proprio perché sono sempre rimasto ancorato alla vita reale ho chiamato Claudio il personaggio chiave della trilogia. Soprattutto all’inizio mi ha aiutato moltissimo a “ragionare” in modo realistico. C’è molto di me in lui, anche se alcune caratteristiche scavano un profondo solco tra di noi.
Per Vergy invece il discorso è diverso. Ovviamente non era il suo vero nome, ma fu davvero un commilitone di tanti anni fa, con cui nacque una profonda amicizia basata su un misto di rispetto, affetto e ironia, e in situazioni pericolose.

TB.: Tu sei principalmente un autore Gargoyle Books, coraggiosa casa editrice che da sempre ha un occhio di riguardo per gli autori del Bel Paese e che ha pubblicato tanta “bella robina”. La Gargoyle però è una piccola casa editrice, che deve fare sovente i conti con una realtà, quella italiana, in cui di libri non se ne vendono poi molti: cosa pensi abbia convinto l’editore a pubblicare il tuo romanzo d’esordio?

CV.: Il dottor De Crescenzo (era lui all’epoca al timone della casa editrice) mi scoraggiò quando gli chiesi se potevo inviargli le bozze del romanzo, dicendomi che agli italiani manca qualcosa per scrivere di horror. Visto che si trattava semplicemente di un click sulla tastiera del mio pc, inviai ugualmente le prime 50 pagine. Sapevo che le prime righe sarebbero state cruciali per catturare la sua attenzione. Ci lavorai su con l’attenzione di un artificiere davanti ad una mina difettosa. Catturai la sua attenzione, continuò a leggere e il libro gli piacque. Credo anche che in qualche modo si sia sentito orgoglioso di aver confermato il suo fiuto. Io lo posso solo ringraziare, anche se non c’è più.

TB.: Spesso e volentieri ci si trova a leggere romanzi in cui gli autori si prendono ancora più sul serio dei loro personaggi. Si parla di Epos, ma a leggere certe descrizioni più che di Epos si potrebbe parlare di martellata nei testicoli data a tradimento mulinando il Mjolnir. Questo solitamente ti permetterebbe di chiudere il libro in questione a pagina 12 e immaginare le restanti millemila pagine senza sforzare troppo la vista. Nei tuoi romanzi invece sono presenti sì descrizioni piuttosto particolareggiate, ma il tutto risulta scorrevole, piacevole e anche interessante. Questa è una tua scelta ben ponderata, conscio che una storia dovrebbe appassionare e non annoiare come una puntata di Rai Notte, oppure – anche in questo caso – è una tua caratteristica innata di scrittore maledettamente bravo?

LorapiubuiaCV.: Era una necessità: mi sono detto che uno dei presupposti di base sul quale avrei dovuto essere inflessibile era scrivere qualcosa che avrebbe dovuto piacere per primo a me. E non sarei riuscito a tollerare romanzi del tipo che hai citato tu nella domanda. D’altra parte in Italia molti autori sono autoreferenziati, e molti lettori non comprano i loro romanzi, ma comprano “loro” come una sorta di status symbol. Diversi di questi autori ti dicono che hanno scritto un libro profondo. E i più ci credono (ci vogliono credere) a scatola chiusa; con il risultato che non leggono più, scorrono solo con gli occhi parole che altri (e non certo per motivi letterari) hanno scritto per loro. Io dico: Benissimo, hai scritto un romanzo profondo? Non dirlo, dimostramelo.
Ma sono anche convinto che presto la gente tornerà davvero a leggere, e il panorama letterario diverrà più vario e interessante.

TB.: Si diceva che hai una capacità descrittiva fuori dal comune, mi viene in mente – così su due piedi – la lunga fuga notturna da Corsano, e in questa memoria c’è tutto il disagio provato, quel disagio provato dai tuoi personaggi e che sei riuscito a trasmettere al lettore. E’ qualcosa di strano a ben vedere, perché i tuoi personaggi non sono ne’ eroi, ne’ tanto meno antieroi: difficile identificarsi in loro, perché – proprio tramite loro – ci mostri ogni nostro peggior difetto e forse qualche nostro pregio. Allo stesso modo rappresenti i vampiri in maniera tutt’altro che fascinosa e stereotipata, sei però talmente tanto “disturbante” nelle tue descrizioni da fare il giro e diventare fascinoso: hai dato forma a tutto questo volutamente, oppure è stato un “gioco” in cui anche tu ti sei ritrovato coinvolto?

CV.: E’ il mio stile, ho solo cambiato lo scenario di momenti realmente vissuti, tipo marce di 60 kilometri con uno zaino da dieci chili sulle spalle, il timore del buio ostile, la lotta con sé stessi, non solo istintiva ma anche intellettuale, per fare sì che la paura non ti paralizzi. I miei personaggi hanno un vantaggio, che magari non è subito visibile: sanno quello che sappiamo tutti, e forse qualcosa di più, e quindi sono assolutamente realistici, ma sanno anche di essere i personaggi di un romanzo. E questa alchimia – insieme a mille altre – pare funzionare. Considera che buona parte dei personaggi che ho descritto sono persone vere (anche Elisabetta, sì, della quale in tanti mi chiedono il nick su FB ) e in buona parte, nella realtà, sono esattamente come io li ho descritti, pur collocandoli in un contesto assolutamente fantastico. Questo ha reso il mio compito di “muoverli” infinitamente più facile. Non ho dovuto inventare niente. Se vuoi un esempio cerca su FB – non Elisabetta – ma Gabriele Franchini. Parlaci e poi sappimi dire.

gli-inediti-non-voltarti-ora-di-claudio-vergn-L-eKIdBGTB.: Ok, volendo dirla come la direbbe chi ne capisce: i vampiri – nell’immaginario collettivo – fanno paura e affascinano per la loro caratterizzazione del “diverso” più che per essere dei predatori in cima alla catena alimentare. Di contro, gli zombie, fanno paura per la loro mancanza di diversità, per il loro essere “un gregge” asservito esclusivamente alla fame che sentono. Tu però ribalti tutto questo, o meglio, equipari zombie e vampiri rendendoli essenzialmente schiavi. Schiavi della fame e soggiogati a qualche “signoria superiore” più o meno definita. Metafora sociale o ribellione al genere?

CV.: Ancora una volta ho voluto evitare che il lettore ritrovasse qualcosa di già letto e già visto. Entrambe – per come io le ho descritte – sono creature segnate dalla sofferenza e dalla condizione – ovviamente diversa tra i due generi – ma che nasce negli uni dalla sete e dalla fame. E quando sei uno schiavo assetato e affamato diventi la creatura più infelice, sofferente, ma anche la più pericolosa e spietata sulla terra. E in certo senso anche la più nobile, considerato il castigo ingiusto che pesa su di te.

TB.: Ultima domanda, questa volta breve e concisa, la più classica: ci puoi anticipare qualche tuo progetto per il futuro?

CV.: Sinceramente, sopravvivere. Sopravvivere in questo mondo che ci ha resi schiavi assetati e affamati di umanità e dignità (e questa, ahimè non è una metafora), e quindi pericolosi, ma anche, a volte, come dice Oprandi ne I Vivi, i Morti e gli Altri, anche meno acquiescenti e più propensi a ragionare con la propria testa, nel bene e nel male.
Se Dio non ha ancora deciso di cancellarci – come si sostiene in tante leggende condivise tra i popoli più disparati – è perché deve aver compreso che non è che è ai forti o ai potenti che deve volgere il suo sguardo, ma ai tanti miseri e deboli che, nonostante sofferenze, fame e schiavitù, non hanno ancora abdicato al loro ruolo di esseri umani.
Con parole differenti, e in piena umiltà, perché io sono l’ultimo tra i deboli e i miseri, è quello che ho cercato di spiegare nei miei romanzi.

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