Dopo tanti mesi di silenzio sono tornata in edicola a comprare Dylan Dog: mentre tornavo a casa non avrei mai pensato di aver appena infilato nella borsa, insieme al resto, un piccolo capolavoro.

 

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Ebbene sì, torno a parlare di Dylan Dog con un recensione totalmente positiva:

“La Macchina Umana” è davvero un albo perfetto.

Alessandro Bilotta ha capito che i Mostri spaventano ben poco l’Uomo del Nuovo Millennio.

 

I demoni, le streghe e i fantasmi sono ombre che appartengono a un passato di superstizione ormai dimenticato.
Anche i Mostri Umani, i serial killer, gli stupratori e i ladri sono acqua passata.

I media hanno completamente de-sensibilizzato il pubblico, svelando morbosamente ogni dettaglio scabroso dei delitti più efferati e la quotidianità ha fatto il resto.
Assuefazione garantita.

Cosa rimane allora?
Chi ci fa rabbrividire nel 2016?

Non è un Chi, ma una ‘Cosa‘:

Il Lavoro.
Il Mercato.
Le Rate.
Il Mutuo.

Ecco ciò che tiene sveglio l’Uomo Moderno ma che è capace di distruggere silenziosamente la sua vita.
Piaghe invisibili che derubano l’Uomo dall’unica cosa che lo rende differente dal resto degli animali: l’Individualità.

Bilotta riesce a creare una storia che ha il sapore dei vecchi DyD “impegnati”: il suo messaggio è forte, devastante;

Il lavoro, spogliato della sua natura gratificante, spoglia a sua volta l’Essere umano e lo riduce, come da titolo, a una Macchina Umana programmata solo all’obbedienza e al consumo.
L’unica via d’uscita in una vita di disperazione reciproca  una e una sola: l’Amore.

Per sconfiggere il Lavoro bisogna amare.
Per sconfiggere il Mercato bisogna amarsi.

A rendere eccezionale una sceneggiatura impeccabile ci sono le tavole di Fabrizio de Tommaso che riesce a raccontare storie attraverso i suoi disegni, a prescindere dalla sceneggiatura:

Il suo Dylan parla con gli occhi e con il corpo più che con la bocca.

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Mentre il secondo viene messo a dura prova dalla sofferenza e dalle numerose fatiche, i secondi mostrano purezza e stupore continuo, come se fossero quelli di un bambino.

I suoi occhi sono lo specchio della sua Anima, destinata a evadere da quella prigione di bruttura e annichilimento.

Vale lo stesso per la co-protagonista, la segretaria Kalyn Palmer: il suo corpo sprizza delicatezza e allegria da tutti i pori.
Seppur castrata dalle regole dell’ufficio-Lage, è destinata a esplodere non senza effetti devastanti.

Una menzione speciale va alla caratterizzazione dell’Avvocato, l’incarnazione di uno degli agenti del Sistema.

L’avvocato è lineare, privo di increspature: elegante, composto, quasi effeminato è un incrocio tra un bambolotto e un Ken.
I suoi modi gentili e la sua risata spaventano più di qualsiasi creatura lovecraftiana.

Arrivata a questo punto della recensione sono ben consapevole della limitatezza delle mie parole.

Mai come ora l’opera si racconta da sola: sceneggiatura e disegni dialogano in maniera efficace, lasciando poco spazio a un eventuale commento.

Perciò, un ultima riflessione: in un mondo dove il de-pensamento è la parola d’ordine del nostro quotidiano, albi come questo sono la dimostrazione di come il fumetto sia uno dei mezzi più efficaci al mondo per comunicare messaggi forti e arrivare all’Anima del pubblico.

Fatevi un regalo: andate in edicola e recuperate questa meraviglia.

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