Quatta quatta, tra la polemica per gli episodi leakati e le critiche agli sceneggiatori per i cambiamenti sempre più diffusi e ingenti rispetto ai libri, Game of Thrones ha varcato il giro di boa della quinta stagione. La serie fantasy della HBO tratta dall’epica – e ahinoi, ancora incompleta – saga “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di George R. R. Martin, che ha contribuito in maniera rilevante a ridefinire i canoni del genere e ad aprirlo anche al pubblico mainstream, è ormai giunta al momento della verità: quello della narrazione inedita.

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Gli avvenimenti delle prime quattro stagioni, pur con modifiche a volte sostanziali, riprendevano piuttosto fedelmente la trama dei primi tre libri della saga, con qualche anticipazione anche dal quarto e dal quinto (i quali, è bene ricordarlo, si svolgono in gran parte in contemporanea in scenari differenti). Con questa stagione però, come hanno dichiarato chiaramente Weiss e Benioff, la serie avrebbe iniziato a deviare in maniera sempre più netta dall’opera originaria, al punto che anche i lettori (tra cui il sottoscritto) si sarebbero trovati di fronte a scene nuove e impreviste.
Questa rivelazione ha diviso il fandom: c’è chi sta facendo buon viso a cattivo gioco, cercando di godersi la serie come qualcosa di indipendente, e chi vuole addirittura rinunciare a vederla per non spoilerarsi gli eventi dei prossimi libri.

Personalmente, come tanti, sono combattuto. Inevitabilmente la trasposizione di un’opera così vasta e complessa non può essere integrale, ma ci sono cambiamenti che hanno senso (per velocizzare il ritmo o per snellire il cast, accorpando le vicende di più personaggi) e altri che sembrano davvero gratuiti. D’altra parte, questo mitologico sesto libro non si decide a uscire, la frase più ottimistica pronunciata da Martin a riguardo è “sarà pronto quando sarà pronto”, e qui the show must go on – anche perchè i personaggi non invecchiano, ma gli attori sì.

Inoltre, bisogna dire che “A Feast For Crows” e “A Dance With Dragons”, gli ultimi due libri usciti, sono di gran lunga i più lenti e densi della saga: innumerevoli sottotrame, comparse che si accumulano richiedendo ciascuna il proprio spazio, capitoli che scorrono senza che un solo evento degno di nota sia accaduto, battaglie annunciate a pagina 100 e ancora da venire a pagina 1000; un adattamento fedele ci costringerebbe a vedere non meno di trenta protagonisti a puntata che si alternano in scene di pochi minuti, piene zeppe di chiacchiere e girovagare.

Quindi, ben vengano i cambiamenti, a patto che la sceneggiatura risulti comunque scorrevole e coerente. Nella recensione proverò a immedesimarmi in uno spettatore che non ha letto i libri, evitando quindi di puntualizzare a ogni scena “questo nei libri c’è / non c’è”, giudicando solo la trama e i profili dei personaggi.

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King’s Landing: don Tywin Lannister ci ha lasciati nell’inglorioso modo che ricordiamo, e ora il peso del potere è tutto sulle spalle dell’ex regina reggente Cersei, che si mostra più interessata a strappare il figlioletto dalle grinfie sensuali di Margaery “tre volte sposa, due volte vedova” Tyrell che a governare il regno. Stendendo un velo pietoso sul povero re Tommen, un’ingenua marionetta nelle mani di due donne troppo più scaltre e carismatiche di lui, la battaglia tutta femminile nelle stanze regali sarà certamente una delle colonne portanti delle serie, insieme all’ascesa del nuovo ordine religioso guidato dell’Alto Passero. Il piano di Cersei è chiaramente quello di utilizzarli come milizia personale per esautorare i Tyrell (a partire dall’arresto di Loras per atti osceni) e regnare incontrastata; ma la Storia ci insegna che gli integralisti religiosi sono la frangia politicamente più difficile da controllare. E fuori dalla capitale i Sette Regni sono tutto fuorchè in pace.

Il Nord: la grande notizia è l’annuncio del matrimonio tra Sansa, l’ultima Stark ufficialmente in vita, e il sadico Ramsay Bolton, figlio di colui che ha tradito e fatto assassinare la madre e il fratello della ragazza. Dietro a tutto c’è ovviamente la mano lunga di Ditocorto, uno che di certo non prende decisioni per solidarietà ed empatia. Sansa è a casa, ma le sue sofferenze rischiano di essere appena cominciate. Potrebbe però trovare un alleato insperato in Reek, al secolo Theon Greyjoy, ridotto in condizioni subumane ma, chissà, forse desideroso di una redenzione.
Nel frattempo, Brienne continua cocciutamente a tenere fede al suo giuramento di proteggere le figlie Stark, pur collezionando solo rifiuti. La speranza è possa capitare qualcosa di nuovo, perchè la sua storyline finora è la più pesante e inconcludente.

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La Barriera: tempi grami per il neo-eletto Lord Comandante Jon Snow (scena dell’elezione abbastanza sbrigativa e ruffiana, per inciso): da una parte le pressioni di Stannis perchè accetti l’offerta di regnare su Winterfell e sul Nord come Stark a pieno titolo, a costo di abbandonare la Confraternita; dall’altra, la convivenza sempre più difficile tra i Night’s Watch e i Bruti sopravvissuti alla battaglia. La scelta di Jon in realtà è la più saggia: per quanto barbari e selvaggi, i Bruti sono pur sempre esseri umani. La vera minaccia sono gli Estranei, e ogni persona lasciata indietro rischia diventare un redivivo difficilissimo da sconfiggere. Ma come convincere i suoi compagni a combattere al fianco dei nemici di una vita? Dagli sguardi rancorosi di molti di loro, l’impressione è che l’idea di un tradimento non sia così remota.

Meereen: i guai sembrano non finire mai anche per la Madre dei Draghi: dopo aver destabilizzato l’intera regione abbattendo i Padroni e facendo crollare l’ordine costituito (ah, quante cose potrebbero dire Bush e Sarkozy a riguardo…), Daenerys pare sempre più impulsiva e confusa. La scena della condanna a morte – senza processo – per uno dei capifamiglia cittadini, bruciato vivo dai draghi, è visivamente magnifica e tremenda al tempo stesso, e getta sulla giovane Targaryen l’ombra oscura del Re Folle. In più, i suoi alleati continuano a calare di numero: dopo l’esilio di ser Jorah, a lasciarci è Barristan il Valoroso, caduto in battaglia in un’imboscata dei Figli dell’Arpia, setta armata in guerra contro i nuovi dominatori.
L’impressione è che Daenerys sia sempre più un corpo estraneo in un ambiente ostile, e il suo futuro possa proseguire solo levando finalmente le tende in direzione Occidente.
A margine, del tutto evitabile la storia d’amore impossibile tra Missandei e Verme Grigio, tra le più piatte e insensate mai viste sul piccolo schermo: tutto minutaggio che potrebbe essere speso meglio.

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Altrove: un prezioso rinforzo per Daenerys potrebbe giungere da Tyrion, in fuga dopo l’omicidio del padre e convinto da Varys a sostenere la causa dei Targaryen. Catturato dall’esule ser Jorah, è sicuramente atteso da un’impresa piena di pericoli.
La quinta stagione ci mostra finalmente anche l’ultima grande famiglia di Westeros, i Martell di Dorne: per ora semplici spettatori, si dividono tra le istanze di pace e attesa di lord Doran, il fratello di Oberyn, e la voglia di vendetta di un’irriconoscibile Ellaria Sand e delle sue figlie bastarde, le Serpi delle Sabbie. Le loro vicende si intrecciano con la missione di Jaime e Bronn (davvero dinamica l’intesa tra i due), incaricati di recuperare Myrcella: se gestita bene, potrebbe risultare una delle sottotrame più interessanti della stagione.
Rimane Arya, in procinto di iniziare l’addestramento come Faceless Man a Braavos. Il suo personaggio pare sempre più distaccato dal resto degli avvenimenti, ma gli sceneggiatori potrebbero avere in serbo qualche clamorosa sorpresa.

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Complessivamente, la quinta stagione si sta rivelando più complessa e lenta rispetto alle precedenti. Molte situazioni sembrano dominate dall’incertezza, senza eventi degni di nota, e la gestione del minutaggio mi lascia personalmente perplesso, concentrandosi eccessivamente su personaggi che hanno poco da dire ai fini della trama generale. Con ogni probabilità si tratta di un risultato fisiologico, con così tante storyline da gestire. Speriamo dunque che gli autori non perdano la bussola… e magari che il buon GRRM passi meno tempo a guardare il football in tv e più a scrivere.

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